Quel desiderio l'avevo confidato un anno prima ad un caro amico. Pareva capire bene quel che dicevo. Mi conosceva da anni, ormai ascoltava tutto, con una disponibilità sempre adorabile.
Decise a suo modo di aiutarmi ad esaudire la mia fantasia. Una specie di regalo di compleanno. Non in prima persona, no, con lui sarebbe stato davvero improponibile.
Un giorno di maggio ricevetti un'email da uno sconosciuto che diceva di essere un collega di Davide. L'uomo scriveva di avermi vista recentemente, una sola volta, di sfuggita, e di essere rimasto affascinato dal mio viso e dal mio modo di fare, che definiva “delizioso”.
Lusinghiero, pareva quasi sincero. E poi i complimenti sono sempre complimenti. Per una single valgono doppio. Per una come me il triplo, almeno.
Diceva anche che mi voleva incontrare, se avessi accettato la sua proposta.
Voleva pagarmi. Sì, voleva pagarmi perché scopassi con lui.
Spiegava, molto serenamente, che mi desiderava moltissimo, e che non aveva mai osato presentare questa sua fantasia a nessuno. Non era mai stato con una puttana, ma desiderava poter ottenere una donna che gli piacesse davvero con i soldi. Per chiederle tutto. Non necessariamente cose strane. Quello che cercava era il potere, l’idea, e una complice che accettasse il suo desiderio senza concepirlo come un affronto morale o quant’altro.
L’aveva trovata, pensai subito, già eccitata all’idea, anche se con qualche dubbio da chiarire.
Chiamai immediatamente Davide per sapere chi era questo collega. Va bene la fantasia, ma un uomo non desiderabile non lo avrei voluto neanche gratis.
Lo ricordai immediatamente dalla descrizione. L’avevo notato anch’io, era bello ed intrigante. Alto, snello, capelli rasati e aria un po’ timida. E mani bellissime, per quanto avessi potuto vedere in quei pochi secondi. In effetti poteva anche non pagarmi…ma ero certa che non mi sarebbe mai più capitata un’occasione del genere.
Risposi alla email gentilmente, professionale quasi. Scrissi che ero molto onorata dei complimenti che rivolgeva alla mia persona, e che la proposta solleticava un’altrettanto desiderata mia fantasia. Questo doveva averlo saputo dall’amico comune, evidentemente, ma lo scrissi lo stesso.
Aggiunsi che forse era un po’ buffo essere in due così immersi in questo gioco delle parti, ma non ci vedevo proprio nulla di male, anzi. L’idea mi stuzzicava un sacco, e lui era davvero carino. Proponesse lui data e luogo, era nel gioco.
Mio dio, pensai, io devo pensare al compenso. Non ne sapevo nulla. Chiamare gli ex fidanzati per farmi dare una valutazione mi pareva un po’ patetico e di cattivo gusto...
Per fortuna nella sua lettera di risposta scrisse che il compenso da lui deciso sarebbe stato di sicuro adeguato alla prestazione, e che non mi avrebbe delusa. Si aspettava molto da me, certa che lo avrei deliziata a dovere. Date le premesse, per la prima volta in vita credetti di essere in piena ansia da prestazione.
L’appuntamento richiesto era per la sera del giorno dopo, nella sua casa in centro a Milano.
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Dio mio, io, così piccola, senza quei chilometri di gambe.
Lui però mi aveva visto. E mi voleva.
Mi presentai in orario, pronta ed eccitata. Lubrificanti, corde, tutto. Mi aprì il portone, salii le scale ed entrai nell’appartamento.
Mi offrì da bere un Campari, ci sedemmo sul divano. Fece un cenno per indicare la busta dei soldi, sul tavolo.
Mi baciò subito. Mi piacque.
Gli chiesi cosa voleva. Disse di spogliarlo e di prenderglielo in bocca.
Gli tolsi tutto, lo feci sdraiare a terra sul tappeto, gli divaricai le gambe e mi sedetti di fianco a lui, nuda. Era già eccitato. Aveva un cazzo molto bello, grande e quasi glabro, come piaceva a me.
Mi abbassai subito, iniziai a baciarlo accarezzandogli delicatamente le palle, piccole e sode. La lingua scorreva lenta e precisa, la bocca si stringeva il giusto per stimolarlo perfettamente. Aveva un aroma buonissimo, dolce e delicato.
Mi teneva forte e i capelli, e con una mano mi strizzava un seno. Dopo poco iniziò rilassato a mugolare.
Io continuavo, cercando di farlo gemere il più possibile, chiedendogli di dire tutto quello che sentiva e che voleva.
Ansimava, profondo, descriveva tutte le sensazioni che percepiva e sussurrava il mio nome. Allo scorrere della mia lingua sul contorno del glande mi stringeva più forte le tette ed emetteva dei rantolii soffocati.
Mi fermò. Si alzò, mi prese e mi baciò sulla bocca, con la lingua rapida e calda. Mi fissò negli occhi, e disse che ero stupenda. Mi accarezzò i capelli lisci, il naso, il collo.
Lo riportai a terra e mi sedetti sopra, tenendomi sui piedi, con le ginocchia verso di lui. Presi il cazzo dentro di me, e iniziai a muovermi lentamente sui piedi. Mi alzavo lentamente, fino al limite della lunghezza dell’asta, per poi abbassarmi veloce e decisa. Presi quel ritmo e continuai, mentre tenevo una mano tra le sue labbra bagnate e con l’altra gli solleticavo un capezzolo. Mi diceva di continuare, chiamandomi ‘piccola puttana’.
Ah, già.
Sentii che stava per cedere, mi staccai e lo baciai sul petto e sul culo glabro. Gli porsi la mia schiena, la leccò tutta, toccandomi le tette dure.
Si avvicinò un po’ stordito, chiese timidamente il permesso e mi penetrò dietro, lentamente. Cercava quello stretto necessario che davanti ormai non poteva più trovare, ero eccitatissima anch’io.
Si muoveva piano, sentiva che stava per venire e il suo cazzo era sensibilissimo ad ogni minimo movimento. Mi disse di stare immobile, si muoveva lui, e spesso si fermava. Uscì, si ributtò a terra. Disse che voleva venirmi dentro, nella vagina, legato ad una poltrona.
Si sedette allora su un’antica poltrona di legno, ricoperta in velluto rosso. Presi una corda e gli legai le mani dietro lo schienale, e poi passai un’altra corda intorno alla sua pancia, non troppo stretta.
Seduta di fronte a lui ricominciai a baciargli il cazzo con decisione, mentre con il pollice destro gli penetravo il culo. Dopo un paio di minuti mi staccai. Lo accarezzai con un piede, su tutto il corpo. Glielo misi tra le labbra, lo leccò.
Poi mi sedetti su di lui, dandogli la schiena, e mi feci entrare dentro il suo pene esausto, stringendo il più forte possibile. Iniziai a muovermi lenta, poi accelerai, scendendo con colpi decisi verso il suo pube. Volevo sentirlo urlare.
Ci volle poco. Urlò fortissimo, straziato, a lungo, mentre mi riempiva col suo sperma denso.
Restai immobile per qualche minuto, affaticata. Mi staccai. Lui giaceva sudato, con la testa abbandonata all’indietro, le labbra aperte. Era stupendo.
Mi avvicinai, lo baciai dolcemente sulle guance e gli carezzai la testa rasata.
Slegai le corde. Iniziai a rivestirmi. Dovevo prendere i soldi e andare via.
Non avrei voluto. Ma era il gioco.
Ero già alle scarpe. Mi chiamò per nome, e mi ordinò di spogliarmi di nuovo e di sdraiarmi sul letto.
“Tocca a te, ora, piccola meraviglia” mi disse sorridendo.
Ricambiai il sorriso, quasi imbarazzata, e mi avviai di nuovo nuda verso il materasso.
Fu bellissimo.
Rientrai a casa di notte, con la busta tra le mani, stranita e confusa. Valevo parecchio, sembrava...
Dopo qualche giorno mi propose di incontrarlo nuovamente.
Accettai, ma non fummo più capaci di reggere il gioco che ci aveva fatti incontrare.
Non ce n’era più bisogno. Purtroppo, forse.
Elisa
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