Philippe

Andò avanti così, con un incedere automatico, su quella scala storta e sdrucciolevole che portava all’abbaino. Dalle strette finestre apparivano i tetti di Parigi, grigi e metallici in quella giornata plumbea di ottobre; la pioggia aveva bagnato tutto ed ora un sottile manto di nebbia si alzava.
La sentiva anche lei nel naso, insieme all’odore di muffa, di vecchio e decomposto che quella scala emanava.

Philippe abitava in quel vecchio palazzo, nell’abbaino, in pieno stile bohemienne, come da copione del personaggio: artista, estroso, lievemente maniacale, strambo ed alquanto disorganizzato. Ma quanto maschio e sensuale, Dio mio! Il pensiero le faceva girare la testa.

Dopo un’ora che parlavano e bevevano al vernissage organizzato dalla sua amica Amanda due settimane prima, lui l’aveva condotta via con sé, e l’abbaino fu il testimone silenzioso di un eccesso amoroso (così adesso lei lo voleva chiamare) da guinness dei primati, almeno rispetto agli ultimi amanti che aveva avuto.
A dispetto della stranezza, Philippe a letto era un principe, un adone, un gran maschio bastardo.

Da quella prima avventurosa volta il sesso con lui era diventato una necessità, un diktat, solo a pensarci si eccitava, anche sulla metropolitana, o nell’ascensore che la portava al lavoro, e pensieri osceni le si insinuavano in mente.

Amanda era stata anche lei ospitata, si fa per dire, nel letto scomposto e trasandato dell’artista: glielo aveva detto lei stessa, senza alcun problema, raccontandole anche, piuttosto nei dettagli, il modo che aveva Philippe di sedurre e tenere con sé la donna di turno.
E nonostante questo, lei si era sentita ancor più attratta, come una sorta di morbo che l’aveva contagiata e per cui l’unica cura era qual letto ed i suoi incanti.
Letto per modo di dire: perché non c’era angolo in quella buia soffitta che non l’aveva vista posseduta senza scampo.

Mentre saliva, si chiedeva cosa l’attendesse: perché il suo amante non c’era volta che non le riservasse sorprese, sempre sopra le righe, attento al proprio (e al suo) massimo piacere, attento solo a quello, visto lo stato miserevole nel quale era il suo alloggio… ma lei, pur precisa ed assai ordinata nella sua vita, adesso era come soggiogata da quella confusione polverosa di cui con nettezza ricordava solo lui nudo, un corpo villoso e possente, un pene grosso e piuttosto tozzo, due occhi diabolici ed una lingua che non smetteva mai di assaporare ogni anfratto del suo corpo.

Vibrava all’idea del piacere, umida ed eccitata; si fermò su un piccolo pianerottolo quasi in cima e prese qualche minuto per sé, per diminuire l’affanno del suo respiro, e godersi fino in fondo quegli attimi “speciali” che precedevano l’incontro, già un vortice nella testa e nel petto, pronta a schiudersi come un’ostrica, calda e senza pudore come lui la desiderava, femmina.

Parigi sotto di lei continuava il suo respiro urbano: la città dove era nata, che amava d’un amore contrastato, a volte ferocemente appassionato altre deluso, svolgeva la sua scia di smog e rumori, il cielo ardesia con bagliori di rosa, verso il mare, i tetti costellati di abbaini abitati. Provò una sorta di trasporto amoroso, che duplicava quello per Philippe.

Gli ultimi gradini le sue gambe tremavano: aveva indosso un abitino di maglia a piccoli fiori, sotto solo una guepiére e calze di seta beige rette dalla stessa, piccole scarpe di camoscio, un persistente profumo di mughetto e di fica confusi assieme, e due fili di perle al collo. Che aveva chiesto lui.

Philippe aprì la porta e accolse il suo tremore, non era solo, un uomo di colore si stagliava nel riguardo della finestrina, la fece entrare, la accarezzò sulla nuca tirandola a sé, mentre offriva la sua bocca all’altro, che si avvicinò ed iniziò a percorrerla con la lingua esplorandola, lei si sentiva svenire, davanti e dietro sentiva il gonfiore dei due uomini rapido montare, e sapeva che sarebbe stata loro ostaggio per tutto il pomeriggio.

Le mani dell’altro presero a salire sotto la sua veste, le accarezzava le cosce morbide, Philippe le diceva qualcosa che lei non capiva bene, tirando leggermente le perle al suo collo, mentre le appoggiava il pene eretto fra il solco dei suoi glutei, spingendo lievemente, ancora non voleva penetrarla, solo farle sentire il desiderio, ed aumentare quello di lei;
l’altro si chinò e le aprì le cosce, la lingua come una frusta che passava il cuoio ruvido sul clitoride gonfio, lei si perdeva nel suo venir via dal mondo, solo ondate di calore mentre i due uomini si affannavano intorno al suo corpo, divinità sacrificale e potente.

Philippe la penetrò, un dolore sordo che preluse al sentirsi aperta e montata, spingeva piano dentro di lei, il nero si alzò, le spalancò le cosce e le sollevò, e spinse anche lui dentro di lei il suo membro tornito e lucido come l’ebano, lo sentì arrivare forte ed urgente, entrambi accordati, lei in mezzo, due uomini in lei, la sensazione di essere piena dappertutto, e di scivolar via senza forze, mentre loro la sorreggevano, usandola senza tregua,intensamente.

Poi scivolarono via entrambi da lei, improvvisamente svuotata: il nero la fece inginocchiare e le toccò la bocca con il glande bagnato, la aprì lievemente, e le si infilò altero e sicuro dentro; Philippe guardava ed ansimava, e la incoraggiava con brevi frasi che aumentavano il clima già denso, la carezzava sulla natiche e le percorreva la schiena con il suo pene durissimo, mentre lei si dava da fare con quello dell’altro, in difficoltà per la dimensione, ma rapita dal piacere della situazione.

Era letteralmente fra due fuochi.

La guepiérè al suo posto, come le calze, solo l’abito le fu sfilato leggermente dalla testa.

Il suo amante esitava a prenderla ancora, anche se lei gli offriva aperta ogni orifizio di sé: amava farla aspettare, sadico, mentre lui si godeva lo spettacolo di lei, adesso anche con un altro a partecipare… e procrastinava il momento in cui l’avrebbe nuovamente invasa, che arrivò seguendo il suo estro, adesso era interessato alla sua fica, rapidi colpi in lei spingevano dentro la sua virilità gonfia, e non ebbe tregue finché non venne, nello stesso momento in cui l’altro facevo lo stesso, mugolando, nella bocca di lei.

Un fiotto aspro e muschiato le colò dalle labbra, e lei inebetita e bagnata, senza aver avuto un orgasmo, si stese per terra piegata, e pensava che ancora il pomeriggio era lungo, mentre le sue mani cercavano di placare l’ardore fra le sue gambe sciogliendo il nodo che la teneva legata a lui, a loro, fra i due corpi esausti che la circondavano stretta, e sul vetro dell’abbaino tamburellavano gocce di pioggia a liberare, anche, la tensione del cielo.

Ginevra

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