Il giardino

Il pomeriggio, odoroso d’erba appena tagliata, prepotente si spiegava nella giornata di fine maggio.
Rita era seduta su una panchina nel giardino e leggeva il libro che il marito le aveva appena regalato ma il vocio dei bambini, lo zampillare ritmico dell’acqua nella fontana, il volo delle rondini la distraevano spesso. Era inquieta, senza un motivo preciso.

Una gonna leggera di lino, troppo stretta, le faceva sudare le cosce, la posizione era scomoda e spesso guardava nella camicetta troppo aperta il suo seno abbondante.
Un uomo era seduto nella panchina di fronte a lei, composto, e la fissava attentamente, facendole aumentare i motivi dell’inquietudine, determinando un sentire confuso, distonico, di sé stessa e dei suoi gesti.
Stava decidendo cosa fare, andarsene? Ma la casa troppo ordinata e solitaria non l’attraeva, Luigi sarebbe tornato solo dopo le nove, e stare qui? A far cosa?

Mentre pensava queste cose l’uomo si alzò, compostamente come era seduto, e senza alcuna esitazione si avviò; aveva intorno ai sessanta anni, ancora diritto, vestito con cura, un bastone discreto con un pomo d’avorio a cui appoggiava una gamba appena claudicante, e lei si alzò ed iniziò a seguirlo, le sembrava che un altra compiesse i suoi gesti, o egli emanava una specie di tensione magnetica, un fascino strano, in quel suo camminare compito ed oscillante.

Lui si volse appena, la vide ed il suo viso accennò uno sguardo di compiacimento, o forse lei si immaginò di vederlo.

L’uomo svoltò in una strada appena fuori dal giardino, e si avviò verso un portone elegante e maestoso, mentre lei si stupiva di sé stessa ma senza alcun dubbio imboccava il portone, appena dietro a lui; lui la aspettò davanti ad un antico ascensore di ferro, decorato con volute liberty, che stava arrivando allora, le aprì la porta ed entrarono, e lui premette il tasto del 5° piano.

Mentre l’ascensore si alzava lui le premette addosso, da dietro, tutto il turgore di un’erezione generosa, mentre le mani avide afferravano i suoi seni, e lei si ritrovò così, in quella situazione, come c’era finita? E mentre se lo chiedeva sentiva sciogliersi fra le gambe, ed un tumulto addosso, ed un ritmo di guerra nel petto.

Arrivarono dinanzi ad una porta di legno antico, curata, con le targhette lucide di ottone, lui aprì con le chiavi e la spinse delicatamente dentro, chiudendo il portone alle spalle.
Senza una parola la appoggiò al muro, iniziando a percorrerle il collo con la lingua, ad infilargliela fra le labbra, sulle orecchie, mentre con una mano le sbottonava la camicia, tirando fuori i seni già tremanti, dai capezzoli eretti.
Poi la spinse giù, con gentilezza urgente, all’altezza della sua patta: con un gesto rapido sbottonò cintura e calzoni e tirò fuori un membro notevole, turgido e scuro e glielo spinse in bocca.

Rita si ritrovò così, seminuda, in una casa mai vista, mentre ingoiava il pene di uno sconosciuto, anziano, ma che faceva mai? Ed intanto con la lingua e le labbra percorreva quel membro senza posa, un po’ ingoiandolo e un po’ leccandolo, con la lingua ingorda che andava a cercare ogni punto, a sentirne gusto e consistenza, mentre con le mani accarezzava due testicoli ancor sodi, alti, fra due gambe solide.
L’afrore maschile la travolse, oramai non era in grado di formulare un pensiero, con quell’affare fra le labbra che stava lì con prepotenza, mentre lui le sorreggeva la testa con le mani, facendolo ingoiare fino in fondo.

Poi la alzò, e la condusse decisamente verso un grande divano pieno di cuscini, e sempre in silenzio le sollevò la stretta gonna, la mise ginocchioni e le spostò di poco lo slip madido di umori, e con un gesto deciso afferrò il suo pene e la penetrò, senza esitazioni, senza incertezze, procurandole una sensazione deliziosa di duro, di pieno che la percorreva improvvisa, nel frattempo che lui iniziava a sbatterla ritmicamente, e lei lì in equilibrio precario, con la gonna impigliata, le scarpe ancora addosso, che porgeva al suo amante le natiche, mai le era capitato un rapporto così, e nel pensarlo era deliziosamente eccitata, ed incredula, e bagnata.

Poi lui si fermò, era lui che decideva il tempo ed il ritmo, secondo soltanto il suo desiderio.
Non aveva detto una sola parola, la rigirò e di nuovo glielo spinse in bocca, dove lei lo accolse stupita.
Era un pene davvero magnifico, dall’odore muschiato, perfettamente eretto, forte, duro.
Trasecolò mentre lo ingoiava ancora, con gusto maggiore di prima, adesso così pieno anche del proprio sapore salino ed aspro, profumato di donna, che cercava la sua gola con energia, mentre lei sentiva il suo lieve ansimare, e quello di lui.

Ancora cambio di scena.
Lui si chinò e le tolse con gesto veloce lo slip, le aprì le cosce bagnate, iniziò a percorrere con la lingua il suo sesso gonfio, quasi dolente dalla tensione.
Cercò il clitoride e lo titillò a lungo, mentre le mani esploravano ogni angolo sensibile del suo corpo, stringevano i capezzoli, percorrevano il solco fra le gambe.
Poi si alzò ed ancora una volta affondò in lei, aperta come una rana scuoiata, senza difese, persa nel piacere e nel desiderio di lui e la penetrò a lungo, portandola diritta ad un piacere intenso, gratuito, potente.
E solo dopo di lei anche al proprio, che arrivò a fiotti sulla sua pancia come una scarica calda e vischiosa, mentre lei era confusa e distante, e da lui solo un rantolo lieve.

Dopo un tempo non misurato Rita si alzò ed andò in bagno, e lo trovò, al ritorno, già vestito.
Si ricompose, come possibile, ed uscirono.
Erano quasi le otto, e doveva tornare a casa, fra non molto sarebbe arrivato Luigi.
Ridiscesero silenziosi con l’ascensore, sul portone solo uno sguardo più intenso e poi la sera li separò, per adesso.

Ginevra

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