Il Ragazzo della Mia Amica


Era la sera d’Halloween, avevo forse 15 o 16 anni



Potrei iniziare dicendo che sono una ragazza semplice, di 19 anni, proveniente dalla Puglia.
Semplice? Perché mai dovrei essere semplice? Sono complessa, composta, difficile, contorta, non rientro e non voglio rientrare negli stereotipi.
Sono eterosessuale, ma mai dire mai…
Adoro parlare di sesso e… praticarlo, e non vi nascondo che sono un’amante della fellatio.
Molti mi reputano passionale a letto.

Non amo le bugie e i freni inibitori, se devo dir qualcosa la dico, se la voglio fare la faccio. Quello che per me vale è l’emozione, l’istinto del momento. E in quell’istante poco mi importa delle conseguenze e di tutto ciò a cui dovrei far riferimento.

Premesso questo, desidero raccontarvi un episodio della mia vita, di qualche anno fa, una esperienza semplice, ma che ancora oggi ricordo con malizioso piacere.

Era la sera d’Halloween, avevo forse 15 o 16 anni, e stavamo festeggiando a casa di un mio caro amico. C’eravamo proprio tutti, non mancava nessuno, e non mancavano nemmeno le guest stars d’eccezione: la birra ed il vino, compagni di un’età tendente allo sfacelo.

E c’era anche lui, Skritc: il fascino di chi veste punk e si sente ribelle, magro e assolutamente affascinante, irresistibile, ma con un piccolo inconveniente: fidanzato da due anni con una delle mie più care amiche. Non è che ci si raccontava tutto con lei, ma era comunque un’amica alla quale mi stavo avvicinando molto, a quell’epoca. Il problema era che per lui, Skritc, dal primo giorno che lo vidi, avevo sempre provato una forte attrazione.

Non era una cotta, non era amore, ma pura passione. E devo dire che la cosa era alquanto ricambiata: prima di quella festa c’erano stati bacetti, carezze, confessioni, abbracci, battute piccanti… insomma tutto ciò che fra adolescenti si dice e si fa per pura provocazione.

All’epoca non avevo una grande esperienza, ero una ragazzina e con i ragazzi mi ero limitata ad una pomiciata, ad una “toccata e fuga”: non avevo mai masturbato nessuno, né mi avevano masturbato, sebbene le mie mani cominciassero a farsi curiose, e molte volte azzardavo il brivido di infilare la mano nei jeans del ragazzo con cui stavo, ma subito la ricacciavo fuori.
Ero ancora troppo inibita. Avevo troppa vergogna.

Puro gioco, pura malizia dunque. Ma quella sera cambiò le carte in tavola nel mio acerbo immaginario erotico.

Sarà stata forse colpa del vino, della birra o dell’euforia generale, ma cominciai a sentirmi piuttosto esaltata.
Scendemmo tutti da quel primo piano, e rimanemmo nel grande cortile del palazzo, con tanto di parco giochi. Chi mezzo ubriaco e chi solamente un po’ brillo, come noi.

Speravo, volevo che accadesse qualcosa, soprattutto in quel momento che la mia amica se n’era andata dalla festa, ma non sapevo come fare: inesperta non mi azzardavo certo a provocarlo con gesti che andassero oltre il solito repertorio adolescenziale.

Avevo presto dimenticato che si trattava del ragazzo di una mia amica, non mi importava nulla: «Tanto non siamo molto amiche!», mi dicevo.

Mentre tutti, nel gruppo, tornavano un po’ bambini, con giostre e quant’altro, mi venne un’idea.

Andai verso lo scivolo, ma non lo perdevo d’occhio, ogni suo movimento era mio.
Salii la scala dai piccoli gradini e lentamente scivolai. Non lo guardavo più, volevo che fosse lui a cercarmi. E così fece.

Ero un po’ spaventata, a dire il vero: eravamo in mezzo agli altri e temevo che qualcuno capisse l’intesa e il sotterfugio che c’era tra noi, e la mia voglia di lui. Stavo osando più di quanto avessi mai fatto in vita mia e, sebbene fossi giovane e inesperta, la cosa mi solleticava alquanto…

Stavo seduta lì, alla fine dello scivolo, distesa, con la schiena inarcata, le mani dietro la testa, esposta come per offrirmi a lui.

Non appena mi vide in quella posizione, mi guardò malizioso e mi sorrise. Come non ricambiare?
Lo prese come un invito, si avvicinò e si mise di fronte a me, proprio come speravo.

Lo desideravo.

Misi da parte la paura del giudizio degli altri. Io volevo lui, a costo di espormi agli occhi di tutti. Lo trovavo ancora più affascinante, in quel momento, mentre incombeva su di me, con le mani nelle tasche del giubbotto e con lo sguardo che esplorava il mio corpo.

Il gruppo dei presenti si stava diradando, molti si allontanavano dal cortile, ci si doveva organizzare per il post serata.
Era quasi mezzanotte, l’ora delle streghe, e noi eravamo rimasti soli ora, in quel parco giochi.

Ci dicemmo delle cose, inutili. Fino a quando lui non disse:

«Così mi provochi!»
«Così come?»
risposi curiosa.

Non disse altro, ma tolse le mani dalle tasche e le pose sui miei fianchi, aprendomi il cappotto. Sorridevo, mi batteva forte il cuore. Era novembre, ma non faceva poi così freddo, tutto a un tratto.
Rimanemmo così per qualche minuto, fissandoci negli occhi, mentre la nostra eccitazione cresceva.

«Che vuoi fare?» domandai.

Che domanda stupida, pensai poco dopo. E cercai di aggiustare il tutto provocandolo con mezzi sorrisi e sguardi.

Ancora una volta non rispose. Gli altri, poco distante da noi, facevano caciara. Lui invece si insinuava con le mani sotto la mia maglia, con maestria e rapidità. Senza che neanche me ne accorgessi arrivò al contatto con la mia pelle.
Un brivido di freddo mi pervase e non mi abbandonò anche quando un intenso calore inondò il mio intimo.

Con una salita lenta e sensuale raggiunse il mio seno, lo accarezzò, giocò col mio capezzolo e alla fine lo afferrò. Il calore nelle mie mutandine crebbe di più.
Quasi non credevo a quel che stava succedendo. Restavo lì sullo scivolo imbambolata, lo guardavo e basta, come se qualunque movimento avesse potuto far svanire quella magia di Halloween.

Poi decisi che era il caso di darmi una mossa. Era un momento che non potevo lasciarmi sfuggire: meglio un rimorso che un rimpianto. Non pensavo più alla mia amica, era come fuori dal mio mondo. Non sapevo più chi fosse, non ricordavo nemmeno il suo nome. Mi importava solo del suo ragazzo, che desideravo intensamente e che ora era lì, su di me.

Afferrai i suoi jeans dai passanti. Le mie dita si insinuavano appena all’interno.
Lui frattanto si abbassava sempre più, come a volersi calare su di me, ma non lo fece. Si avvicinò soltanto un po’ di più.
Non ebbi il tempo di infilare le mie dita nel suo pantalone che sentii il suo membro già eretto, che quasi implorava di uscire.

Le mie mutandine erano ormai bagnate, sentivo il mio sesso accalorato, pronto per accogliere l’ospite.
Ero titubante a toccare il suo pene “dal vivo”, a spingermi fino al contatto diretto con la pelle, mi limitai a toccarlo da fuori, sul tessuto. Avvertivo però lo stesso un calore simile al mio, doveva essere bollente anche lui; stringevo e strofinavo quella sporgenza che sentivo piena fra le dita; riuscivo anche a scorgerla, malgrado il buio.
Mentre io curiosavo con quelle mani vogliose, lui, Skritc, chiuse un attimo gli occhi, ed io continuai a bagnarmi senza pudore.

Sentivo i miei seni tra le sue mani, ed il suo bacino che ad un tratto si mosse lentamente, in una sorta di spinta.
Chiusi gli occhi, sentivo il calore salire, e un brivido in più mi colse all’improvviso grazie a quel movimento. Ero eccitata al massimo, anzi ero in estasi!

Non volevo finisse mai: finalmente lui aveva ceduto al mio fascino, alle mie provocazioni, era nelle mie mani. Per quella sera anche lui aveva dimenticato la sua ragazza. In quel momento eravamo solo io e lui.

Lo sentivo premere contro il mio bacino, ancora, mentre stringeva forte il mio seno. E io con le mani lo stringevo ai fianchi e scendevo giù per i glutei e cercavo di accompagnare il suo moto come potevo.

Sentivo quella grossa sporgenza nei pantaloni pigiare contro il mio sesso bagnato. Se solo non ci fossero stati i vestiti! Avevo gli occhi chiusi mentre captavo il calore di entrambi che si faceva tutt’uno. I nostri jeans continuavano a strofinarsi l’uno contro l’altro, provocando un fruscio ritmico. Io chiudevo gli occhi, piegando indietro la testa, fino a poggiarla contro lo scivolo.

Non so cosa stesse facendo lui esattamente. Sentivo solo che teneva i miei seni ancora tra le mani, andando ogni tanto a stuzzicare il mio capezzolo duro. Sentivo il suo ansimare pesante e mi piaceva, mi faceva bagnare ancora di più.

Sul più bello però il sogno svanì: gli altri ci chiamarono!
Sobbalzammo, spaventati e allarmati, e in fretta e furia ci alzammo da quella posizione compromettente, per ricomporci.

Sembravamo quasi due perfetti sconosciuti, mentre avanzammo verso gli altri, lungo il vialetto.

Di quell’episodio non parlammo mai più. Né la mia amica venne mai a saperlo, nonostante io e lei acquisimmo più tardi un’intesa perfetta. Solo io e lui sapevamo, ricordavamo…

Mi domando “Lo rifarei?”
Odio i moralismi, per cui confesso apertamente: sì, in tutto e per tutto rivivrei quella serata così come già l’ho vissuta una volta!

Giocasta
(più “giocosa” che “casta”)


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