La Pompinara


Stavo decisamente diventando la professoressa dei pompini, mi tenevo in allenamento e lavoravo come un pugile in palestra.



A scuola mi davo da fare, ragazzi avere sedici o diciassette anni è bello anche e soprattutto perché si è spensierati; ci si prendono cotte incredibili e si crede al grande amore, un amore che a volte dura due giorni, ma questa è la vita della verde età.

Così come dicevo mi davo da fare, vergine non lo ero già più, ma la mia esperienza negativa al riguardo aveva fatto si che non cercavo il rapporto completo, ma anzi, mi completavo con le masturbazioni; non volevo altro dai miei coetanei e questo in realtà già mi bastava, così complici le mie voglie e qualche film erotico, stavo decisamente diventando la professoressa dei pompini.

Non c’è che dire, mi tenevo in allenamento e lavoravo come un pugile in palestra. Oddio, niente orge sia chiaro, ero e sono una ragazza di buona famiglia, ma insomma le mie ore liete le ho passate bene e me ne vanto persino.

Mi davo da fare con i ragazzi della scuola che frequentavo, il mio giro di amicizie era tutto lì e decisamente era un bel giro, sapevo che avevo come epiteto “la pompinara” e anche se lo sapevo per vie traverse, dato che nessuno me lo diceva apertamente, la cosa mi inorgogliva.

I posti dove facevo sesso erano un bagno dei professori non frequentato e dietro la palestra, dove l’edificio arrivava fino ad un alto muro creando di fatto un bel nascondiglio, così in primavera quando non faceva freddo e l’aria era stuzzicante, io mi divertivo col “moroso” di turno.

A diciassette anni avevo scoperto quanto mi piacesse masturbare i ragazzi, specialmente con la bocca, iniziavo a leccare i testicoli, con la punta della lingua, accucciata davanti a loro in piedi; con la punta mi divertivo a passarla e ripassarla lungo i testicoli, vedendo il membro prendere vita, agitarsi e alzarsi pian piano.

Mi divertivo a vedere come era diverso il suo “alzarsi”, ragazzo per ragazzo, non c’erano due membri uguali, qualcuno veniva su dritto, qualcuno piegava da una parte, alcuni si alzavano a scatti, ritmando l’ansimare del proprietario.

Quando erano belli dritti, con una mano cominciavo l’andirivieni, “spellavo” il glande, mettendo a nudo la punta violacea, allora la mia lingua giocava con il buchino in punta, e poi con la parte sotto il glande, dove ho scoperto poi, ci sono dei terminali nervosi detti “tubuli”, che se solleticati dalla mia lingua, facevano letteralmente sobbalzare i maschietti.

E mentre la mano aperta, la facevo passare sopra il membro e dalla parte alta dell’asta, sempre con la punta della lingua, la passavo lungo il canale dell’uretra, quella parte sotto il membro, da dove sapevo presto sarebbe arrivato il caldo fiotto.

Dopo questa incredibile preparazione, avvolgevo il mio cazzo, la mia preda, con tutta la bocca, infilandomela in bocca e ciucciando con energia per un poco, poi sfilatolo, continuavo con tutte due le mani a segarlo, mentre avvolgevo con le labbra la cappella e succhiavo o leccavo alternando questa dolce tortura.

Mi davo da fare, mi divertivo ed ero assorta nel mio lavoro tanto da non prestare quasi mai attenzione al resto del corpo, ero concentrata solo sull’oggetto del mio piacere.

E alla fine il piacere arrivava in un caldissimo e abbondante fiotto di sperma che spesso mi facevo colare dentro la maglietta, mi piaceva essere sporcata da quel nettare, lo nascondevo tra i seni, sotto magliette a girocollo o camicette abbottonate, mi piaceva essere sporca, se fosse stato per me sarei andata in giro con quel trofeo sgocciolante ai lati delle mie labbra.

Sapevo di saperci fare, e volevo far sapere alle mie compagne che ero molto più brava di loro a far godere un maschio, inoltre, volevo quel trofeo come cosa mia, lavoravo alla grande perché volevo quel premio, allora perché nasconderlo? Ovvio le convenzioni.

Lucrezia


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